
Questa non è più una rivoluzione industriale, una di quelle in cui un nuovo supporto cannibalizzava il vecchio - Ora il supporto sparisce proprio, il mercato fisico crolla, ma il digitale non compensa questo declino perché accanto a un’offerta lecita ce n’è un’altra illecita imponente - È incredibilmente lucida l’analisi di Enzo Mazza, presidente della Fimi.
Federazione industria musicale italiana che da tempo si batte per contrastare una situazione non certo facile.
E, peggio, in rapida evoluzione. Di fatto – lamenta Mazza – solo un brano su venti è acquistato legalmente.
E siamo ben oltre l’epoca del peer-to-peer
Già, non parliamo più di ragazzini che scaricano, ma di autentici parassiti.
Parassiti?
Esatto. Come definirebbe altrimenti quei siti che mettono a disposizione per il download link a milioni di file e intanto incassano tutti i soldi della pubblicità sulle loro pagine?.
In effetti lo sfruttamento economico è l’elemento che li connota. E che in altri sistemi non c’era. Che fare, allora, contro questi nuovi nemici?
Appoggiamo l’iniziativa dell’Agcom, che difetta solo di un pezzettino nei rapporti con l’estero. Non interviene in via diretta, ma mediata: passa la palla alla magistratura, creando una sorta di ridondanza. Si può fare di più».
La vostra idea?
Mutuare l’esempio delle scommesse on line. L’Aams, l’amministrazione dei monopoli di Stato, può chiedere agli Isp (gli internet service provider, ndr) di inibire le piattaforme. È stato dimostrato che di fronte ai blocchi di certi siti, è vero che gli utenti tendono a spostarsi altrove, ma complessivamente il traffico illecito tende a diminuire.
Insomma gli effetti ci sono.
E ci sono pure strani ibridi, su cui bisognerebbe intervenire.
A cosa si riferisce?
A realtà come Megaupload che rimangono in piedi perché - lo sento spesso dire - accanto ai contenuti illegali ne offrono tanti legali. Ma che significa? Che senso ha? Non è che non chiudo un supermercato se vende merce per metà scaduta e per metà buona. L’atteggiamento dei singoli, infine, fa la vera differenza.
Anche lei dunque riduce tutto a una questione d’educazione, oltre che di norme appropriate.
L’educazione non ha senso se non è accompagnata a un’offerta adeguata. Una politica culturale di utilizzo dei contenuti fallisce se per esempio, come avviene nel nostro Paese, è strozzata dal digital divide. Per fare politica sui contenuti servono alle spalle le infrastrutture adatte. Lo dicono i dati: in Italia, negli ultimi anni, per ogni punto di crescita della banda larga, la penetrazione della musica digitale è salita di tre punti. Prendersela solo con gli utenti e con il loro atteggiamento è limitarsi a un lato del problema.
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